Mi metto in fila alla Greyhound, riuscendo fortunosamente ad entrare nel gruppo della partenza delle 9:30. Il signore che prende i biglietti è sorridente e simpaticissimo e mentre prende i biglietti dei passeggeri, fa un sacco di battute. Sembra controllare che le persone del gruppo parlino inglese. Una coppia d’indiani invece del biglietto gli dà il foglio con gli orari. Lui non fa una piega. Con calma dice « This is not the ticket. This is the schedule » e delicatamente prende dalle mani dell’indiano la brochure di carta che conteneva tutto, estrae il biglietto e restituisce l’orario.
Proprio come da noi.
Me lo immagino, l’autista del bus che sbraita e manda a cagare in dialetto l’immigrato di turno. Beh anche in Inghilterra ho assistito a diverse scene d’impazienza e maleducazione verso chi non parla bene l’inglese.
In Inghilterra e in Italia, per quel che ho visto io, la gente non è veramente pronta a trovarsi davanti qualcuno che non parla la tua lingua. Gli Inglesi e gli Italiani si vivono come persone estremamente tolleranti per il semplice fatto che non mandano immediatamente a cagare lo straniero che gli parla incespicando, cercando di farsi capire. Ma contemporaneamente, hanno una visibile reazione di stomaco, che fa sentire lo straniero – neanche tanto inconsciamente – del tutto fuori posto. L’unica citta’ inglese dove non ho notato questa reazione di stomaco e’ Liverpool. La Napoli inglese.
Facciamo un viaggio tranquillo, sono con una famiglia di turisti spagnoli uno dei quali legge « El hobbit », e tanti tanti neri, fra cui una bellissima mamma con una bambina che non avra’ due anni, molto « sprota », che attira l’attenzione di tutti perche’ balla e canta continuamente.
Arriviamo al check-point. Entra una guardia, capisco il 90%: we have to take off our personal belongings, get off the bus, we’ll make a nice straight line of our belongings, then enter the building. No one is allowed to get out of the building. Keep you passeport and bus tickets with you. Quindi lascio tutto fuori, handbag, il faldone con le lettere di credenziali, tutto.
Entriamo e veniamo accolti da una statua della liberta` ad altezza umana e dalla bandiera americana. L’ufficio e` fatto come un quadrato, dentro il quale stanno gli ufficiali federali, e tu fuori che aspetti in fila.
E’ una macchina ispettiva imponente, come mi ricordo di averla vista da bambina a un check-point fra Berlino Ovest e Berlino Est. Eravamo con degli amici berlinesi, che sono stati fatti passare in un corridoio diverso dal nostro. Gli ufficiali americani e russi hanno scrutato attentamente le nostre foto prima di farci passare. I nostri amici sono stati fatti uscire molto piu’ tardi di noi. La stessa sensazione di assurdita’, di assedio.
Quello che grida « Next! » al mio turno sembra il sergente fascista di un film di Martin Scorsese: non e’ alto ma ben piantato, bianco, biondo, occhi azzurri e duri, mastica chewing-gum e mi domanda « Why are you coming to the States? »
E qui ho ripetuto mentalmente tutte le conversazioni fatte in proposito: ho una collega che dice sempre che va in vacanza. Ma io non vado in vacanza. E sono talmente agitata che se dico che vado in vacanza, pensando di mentire, sento che comincerei a diventare paonazza e finirei per insospettirli davvero. Allora mi sono detta: gli dico la verita’: ci vado per ricerca. Poi basta che provi che torno indietro fra una settimana e che non cerco lavoro li’. « For research purposes. » « What sort of research? » « I study linguistics, I’ve come here to visit a Center of research ». Non dice nulla, mi prende il passaporto e i biglietti e mi fa passare davanti a un tavolo dove sono assemblati i questionari nelle varie lingue. Lo compilo e vedo che mi domandano l’indirizzo di residenza. Ma a memoria non me lo ricordo tutto. Domandano anche il civico e io non ce l’ho. Poi noto che ho messo la data di nascita al posto del cognome, allora vado, supero la barriera e ne prendo un altro, con il cuore in gola.
Quello che mi richiama al desk non e’ un WASP. Ha i capelli e gli occhi nerissimi, e un paio di baffi che fanno intuire un’origine Latinos.
« How are you today? »
Meno male, ha deciso di mettermi a mio agio.
« Fine thanks »
« Why are you coming to the States? »
« For research purposes. »
E qui ho avuto la forte impressione che avrei potuto portare tutte le credenziali che avrei voluto, non le avrebbe nemmeno guardate. Voleva sentire se non mi ero inventata una risposta, ma se il mio discorso stava in piedi. Cosi’ mi sono messa ad esporre il mio progetto di ricerca ad un ufficiale federale, ad un check-point. Ogni volta che facevo una pausa, con gli occhi mi diceva di andare avanti.
« I study linguistics, cultural misunderstandings. I am going to a Center for migration studies, to find material for my research »
Intanto si accorge che ho compilato il questionario a meta’. Dietro, effettivamente, ci sono le famose domande sulla mia salute, se mi drogo, se ho collaborato con il regime nazista, se ho mai rapito un minorenne, se mi hanno mai rifiutato un visto. Leggo e rispondo.
Scannerizza il mio passaporto e guarda lo schermo del computer.
« Are you planning to immigrate in the States? »
« No no... absolutely not. »
« Absolutely not. »
« Absolutely not. »
« So why are you studying immigration stuff? »
« Ah!!! No no, immigration is the topic of my research. I study cultural misunderstandings, so, immigration is the natural occasion for cultural misunderstandings. I am going to this Center so to find videos, letters, documents in which immigrants talk about their difficulties, and these findings will become items for my research ».
« Are you paid by them to do this work? »
« No I’m paid by my University, by the Italian Ministry?...of Education and Research »
« So... would you say you come for pleasure or for business? »
Io penso: e « for my job » non esiste? Che vuol dire business? Ma ho come l’impressione che business non sia la risposta giusta.
« Well I haven’t come here to sell anything, so I would say for pleasure. I don’t know... »
« For pleasure then. » Sorride. « For how much time do you plan to stay? »
« I’ve planned to come back in a week »
Mi prende il biglietto del bus e lo guarda. Ho fatto un aller-retour. Sorride.
« And you have come to the States from Italy, only to do that? »
« Yes. »
« Very brave! And you are travelling by yourself? No man to protect you? »
Rido. « No. But this is not the first time »
Diventa serio : « This is not the first time you come to the States? »
« I mean I always travel on my own »
« This is the first time ever you come to the States? »
« Yes it is. »
« Ah, you’re actually very brave! Ok, would you put your left finger on the red light »
Eccola qui, l’impronta digitale per cui la mia collega non e’ mai piu’ tornata negli USA. Ma io sono contenta, vuol dire che e’ andato tutto bene.
« Now your right finger on the red light »
Poi prende una specie di extraterrestre in miniatura con un occhio rosso e me lo passa davanti al viso. Io mi metto dritta, con la faccia che ha fatto mia sorella la prima volta che l’abbiamo portata dall’oculista, all’eta’ di due anni.
« It’s six dollars, Ma’am. Enjoy your stay in the States »
« Well actually I don’t have any money here, I left everything in my handbag »
« You mean all the money you have is in your handbag? »
« Yes I left everything outside, can I go and take the money? »
« Ok, go »
Vado e piglio il portamonete e l’agenda, dove verifico l’indirizzo. E tiro un porco. i centri sono due e ho messo l'indirizzo di quello dove NON vado. E se mi cercano e scoprono che ho mentito? Cerco il tipo e gli mostro l’indirizzo dell’agenda. Gli spiego che i centri sono due. Lui prende l’agenda in mano
« Well I think this will be............................. just fine. Enjoy your stay in the States, Madam.» E ride di gusto, facendomi ridere.
Vado a pagare i miei six dollars e riporto la spillatura stay without visa come un trofeo.
Mentre passiamo per Albany, ripenso a questo ufficiale pieno di spirito. Poi mi vengono in mente le seguenti cose: ma non e’ che « travel for pleasure » fosse l’unica risposta che si aspettavano? Spiega perche’ la mia collega diceva che andava « in vacanza ». La battuta sul man who protects me mi pareva un modo per sciogliere la tensione a fine colloquio. O forse era un modo per dirmi: ma se sei COSI sprovveduta da venirmi a raccontare i tuoi progetti di ricerca, ma come Madonna riuscirai a sopravvivere in una citta’ come New York City? M’immagino sto tipo che torna a casa dalla moglie la sera e le racconta che gente che gli passa davanti. Per le prossime volte sara’ bene che vada al Consolato.
Vabbe’, insomma.... God bless America O__o



Quelle che seguono sono annotazioni sparse.


Colora il disegno ! ;-)

, non potevamo non mantenere le promesse.