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   Per la dignitĂ  della madre dell'uovo (anche pasquale)

 



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domenica, 26 agosto 2007
 

Io e l'ufficiale federale

Mi metto in fila alla Greyhound, riuscendo fortunosamente ad entrare nel gruppo della partenza delle 9:30. Il signore che prende i biglietti è sorridente e simpaticissimo e mentre prende i biglietti dei passeggeri, fa un sacco di battute. Sembra controllare che le persone del gruppo parlino inglese. Una coppia d’indiani invece del biglietto gli dà il foglio con gli orari. Lui non fa una piega. Con calma dice « This is not the ticket. This is the schedule » e delicatamente prende dalle mani dell’indiano la brochure di carta che conteneva tutto, estrae il biglietto e restituisce l’orario.

Proprio come da noi.

Me lo immagino, l’autista del bus che sbraita e manda a cagare in dialetto l’immigrato di turno. Beh anche in Inghilterra ho assistito a diverse scene d’impazienza e maleducazione verso chi non parla bene l’inglese.

In Inghilterra e in Italia, per quel che ho visto io, la gente non è veramente pronta a trovarsi davanti qualcuno che non parla la tua lingua. Gli Inglesi e gli Italiani si vivono come persone estremamente tolleranti per il semplice fatto che non mandano immediatamente a cagare lo straniero che gli parla incespicando, cercando di farsi capire. Ma contemporaneamente, hanno una visibile reazione di stomaco, che fa sentire lo straniero – neanche tanto inconsciamente – del tutto fuori posto. L’unica citta’ inglese dove non ho notato questa reazione di stomaco e’ Liverpool. La Napoli inglese. 

 

Facciamo un viaggio tranquillo, sono con una famiglia di turisti spagnoli uno dei quali legge « El hobbit », e tanti tanti neri, fra cui una bellissima mamma con una bambina che non avra’ due anni, molto « sprota », che attira l’attenzione di tutti perche’ balla e canta continuamente.

Arriviamo al check-point. Entra una guardia, capisco il 90%: we have to take off our personal belongings, get off the bus, we’ll make a nice straight line of our belongings, then enter the building. No one is allowed to get out of the building. Keep you passeport and bus tickets with you. Quindi lascio tutto fuori, handbag, il faldone con le lettere di credenziali, tutto.

Entriamo e veniamo accolti da una statua della liberta` ad altezza umana e dalla bandiera americana. L’ufficio e` fatto come un quadrato, dentro il quale stanno gli ufficiali federali, e tu fuori che aspetti in fila.

 

E’ una macchina ispettiva imponente, come mi ricordo di averla vista da bambina a un check-point fra Berlino Ovest e Berlino Est. Eravamo con degli amici berlinesi, che sono stati fatti passare in un corridoio diverso dal nostro. Gli ufficiali americani e russi hanno scrutato attentamente le nostre foto prima di farci passare. I nostri amici sono stati fatti uscire molto piu’ tardi di noi. La stessa sensazione di assurdita’, di assedio.

 

Quello che grida « Next! » al mio turno sembra il sergente fascista di un film di Martin Scorsese: non e’ alto ma ben piantato, bianco, biondo, occhi azzurri e duri, mastica chewing-gum e mi domanda « Why are you coming to the States? »

E qui ho ripetuto mentalmente tutte le conversazioni fatte in proposito: ho una collega che dice sempre che va in vacanza. Ma io non vado in vacanza. E sono talmente agitata che se dico che vado in vacanza, pensando di mentire, sento che comincerei a diventare paonazza e finirei per insospettirli davvero. Allora mi sono detta: gli dico la verita’: ci vado per ricerca. Poi basta che provi che torno indietro fra una settimana e che non cerco lavoro li’. « For research purposes. » « What sort of research? » « I study linguistics, I’ve come here to visit a Center of research ». Non dice nulla, mi prende il passaporto e i biglietti e mi fa passare davanti a un tavolo dove sono assemblati i questionari nelle varie lingue. Lo compilo e vedo che mi domandano l’indirizzo di residenza. Ma a memoria non me lo ricordo tutto. Domandano anche il civico e io non ce l’ho. Poi noto che ho messo la data di nascita al posto del cognome, allora vado, supero la barriera e ne prendo un altro, con il cuore in gola.

 

Quello che mi richiama al desk non e’ un WASP. Ha i capelli e gli occhi nerissimi, e un paio di baffi che fanno intuire un’origine Latinos.

« How are you today? »

Meno male, ha deciso di mettermi a mio agio.

« Fine thanks »

« Why are you coming to the States? »

« For research purposes. »

E qui ho avuto la forte impressione che avrei potuto portare tutte le credenziali che avrei voluto, non le avrebbe nemmeno guardate. Voleva sentire se non mi ero inventata una risposta, ma se il mio discorso stava in piedi. Cosi’ mi sono messa ad esporre il mio progetto di ricerca ad un ufficiale federale, ad un check-point. Ogni volta che facevo una pausa, con gli occhi mi diceva di andare avanti.

« I study linguistics, cultural misunderstandings. I am going to a Center for migration studies, to find material for my research »

Intanto si accorge che ho compilato il questionario a meta’. Dietro, effettivamente, ci sono le famose domande sulla mia salute, se mi drogo, se ho collaborato con il regime nazista, se ho mai rapito un minorenne, se mi hanno mai rifiutato un visto. Leggo e rispondo.

Scannerizza il mio passaporto e guarda lo schermo del computer.

« Are you planning to immigrate in the States? »

« No no... absolutely not. »

« Absolutely not. »

« Absolutely not. »

« So why are you studying immigration stuff? »

« Ah!!! No no, immigration is the topic of my research. I study cultural misunderstandings, so, immigration is the natural occasion for cultural misunderstandings. I am going to this Center so to find videos, letters, documents in which immigrants talk about their difficulties, and these findings will become items for my research ».

« Are you paid by them to do this work? »

« No I’m paid by my University, by the Italian Ministry?...of Education and Research »

« So... would you say you come for pleasure or for business? »

Io penso: e « for my job » non esiste? Che vuol dire business? Ma ho come l’impressione che business non sia la risposta giusta.

« Well I haven’t come here to sell anything, so I would say for pleasure. I don’t know... »

« For pleasure then. » Sorride. « For how much time do you plan to stay? »

« I’ve planned to come back in a week »

Mi prende il biglietto del bus e lo guarda. Ho fatto un aller-retour. Sorride.

« And you have come to the States from Italy, only to do that? »

« Yes. »

« Very brave! And you are travelling by yourself? No man to protect you? »

Rido. « No. But this is not the first time »

Diventa serio : « This is not the first time you come to the States? »

« I mean I always travel on my own »

« This is the first time ever you come to the States? »

« Yes it is. »

« Ah, you’re actually very brave! Ok, would you put your left finger on the red light »

Eccola qui, l’impronta digitale per cui la mia collega non e’ mai piu’ tornata negli USA. Ma io sono contenta, vuol dire che e’ andato tutto bene.

« Now your right finger on the red light »

Poi prende una specie di extraterrestre in miniatura con un occhio rosso e me lo passa davanti al viso. Io mi metto dritta, con la faccia che ha fatto mia sorella la prima volta che l’abbiamo portata dall’oculista, all’eta’ di due anni.

« It’s six dollars, Ma’am. Enjoy your stay in the States »

« Well actually I don’t have any money here, I left everything in my handbag »

« You mean all the money you have is in your handbag? »

« Yes I left everything outside, can I go and take the money? »

« Ok, go »

Vado e piglio il portamonete e l’agenda, dove verifico l’indirizzo. E tiro un porco. i centri sono due e ho messo l'indirizzo di quello dove NON vado. E se mi cercano e scoprono che ho mentito? Cerco il tipo e gli mostro l’indirizzo dell’agenda. Gli spiego che i centri sono due. Lui prende l’agenda in mano

« Well I think this will be............................. just fine. Enjoy your stay in the States, Madam.»  E ride di gusto, facendomi ridere.

Vado a pagare i miei six dollars e riporto la spillatura stay without visa come un trofeo.

 

 

Mentre passiamo per Albany, ripenso a questo ufficiale pieno di spirito. Poi mi vengono in mente le seguenti cose: ma non e’ che « travel for pleasure » fosse l’unica risposta che si aspettavano? Spiega perche’ la mia collega diceva che andava « in vacanza ». La battuta sul man who protects me mi pareva un modo per sciogliere la tensione a fine colloquio. O forse era un modo per dirmi: ma se sei COSI sprovveduta da venirmi a raccontare i tuoi progetti di ricerca, ma come Madonna riuscirai a sopravvivere in una citta’ come New York City? M’immagino sto tipo che torna a casa dalla moglie la sera e le racconta che gente che gli passa davanti. Per le prossime volte sara’ bene che vada al Consolato.

 

 

Vabbe’, insomma.... God bless America   O__o

postato da CloseTheDoor | 14:50 | commenti (5)
viaggi


giovedì, 23 agosto 2007
 

Good Bless America :-)

Viaggio preparato a fatica... ma ne vale la pena  Quelle che seguono sono annotazioni sparse.

Uno che vive in Europa non si rende più ben conto di che cosa vuol dire vivere nello spazio comune europeo. Poter cambiare di paese senza dover dare spiegazioni a nessuno, senza doversi fermare ai posti di blocco, mostrare le fotografie, chi siete, cosa volete, un fiorino.

 

Partire per le Americhe vuol dire pensare al passaporto, alla tessera sanitaria che non dappertutto accettano; quindi cercare una compagnia con cui sottoscrivere un’assicurazione sanitaria. Tale è la voglia di rimanere a casa, che faccio tutto on-line, e fra le clausole dell’assicurazione per il viaggio ci schiaffo dentro anche un’assicurazione sulla vita e/o infortunio. Così se muoio almeno qualche beneficio per qualcuno ci sarà. Chi vuoi che sia il beneficiario? Non metto il mio Marlon Brando perché se poi muoio sul serio, roba che l’FBI lo viene a cercare a casa perché l’assicurazione è il movente classico. Lascio agli eredi legittimi.

 

Ma soprattutto: per il Canada è tutto più o meno regolare, ci sono già stata e so come funziona. È il viaggio negli USA, il mio primo, che mi terrorizza di più.

 

Ormai per i viaggi negli USA fanno terrorismo psicologico. Nel sito Internet dell’Ambasciata ci saranno venti pagine web sul nuovo passaporto e su chi ha diritto al viaggio senza visto. Chi c’è stato racconta di lettori ottici, impronte digitali, questionari sulle tue opinioni politiche.

Marlon non vuole venire con me perché c’è già stato e come tante altre persone, dice che non ci tornerà più, negli USA, finché non si danno una calmata. Io sono in tilt con le motivazioni del mio viaggio. Non vado in vacanza, sono lì per lavoro. Come provare che non vado lì a cercare lavoro? Mi faccio preparare lettere di credenziali, certificati di servizio, fotocopio la mia ultima busta paga. Mi esce un piccolo faldone che inserisco in una cartellina con la scritta « CANADA ».

 

All’aeroporto della mia città non fanno veramente caso a cosa ho nel bagaglio, invece a Parigi fanno sul serio: oltre a farmi togliere le scarpe mi perquisiscono e il sensore rileva che ho un reggiseno col ferretto.  

Poi mi tirano in disparte per perquisirmi la borsa, perché Marlon mi aveva fatto prendere il famoso sacchettino per i liquidi, notando che avevo con me il fondotinta e il rossetto, ma era tale l’agitazione che ho dimenticato di aver in giro per la borsa una bottiglietta di “Off”, nonché la mia pinzetta per sopracciglia, che creano allarme.

Una coppia mista francese mi fa specie, per la bellezza di lei. E’ una silfide con le caviglie sottilissime. Forse etiope? Una grazia infinita quando si china sul passeggino a far giocare sua figlia. Lui bello, alto biondo con gli occhi azzurri. Ho un flash di quando una mia amica in Erasmus mi diceva « Io non sono razzista, ma guarda che effetto strano fa vedere un corpo nero accanto a un corpo bianco ». Nel paesino di montagna in cui vivi non devi averne viste molte.

 

In aereo una hostess mi riporta il passaporto che avevo lasciato cadere a terra.

 

Arrivo al mio posto e lo trovo occupato da un bambino. Dico alla bambina che gli è accanto, penso sua sorella, che ho il posto 42L, quello vicino al finestrino. Lei mi fa: beh ma è lo stesso, 42H è sulla stessa fila. Se non mi avesse detto così, avrei lasciato volentieri il posto a suo fratello. Ma così mi pare un’usurpazione, e non posso pensare di mettermi a discutere con due bambini di 5 e 13 anni. Così cerco con gli occhi uno stewart, gli domando: « Excusez-moi, est-ce que j’ai bien compris, j’ai la place 42L » « Et vous l’avez trouvée occupée », fa lui, e fa spostare evidentemente malvolentieri il bambino.

Di solito sto bene attenta a fare la simpatica e l’accomodante, ma qui faccio la bambina io. Quel posto è mio. Faccio la signora rigida e stronza. Lo stewart non doveva mettermi in questa situazione, di piazzarmi un minore non accompagnato al mio posto. La prossima volta ci dovranno pensare i tutori a procurare a quel bambino un posto vicino al finestrino. Eccheccaz.

I bambini non fiatano e stanno buonissimi durante tutto il viaggio, il che aumenta in maniera esponenziale i miei sensi di colpa.

[TO BE CONTINUED]

postato da CloseTheDoor | 03:27 | commenti (1)
viaggi


lunedì, 13 agosto 2007
 

Tanti auguri a me ;-)

Oggi faccio 33 anni, il mio Marlon Brando 36, e mio zio 66.

Cosa dite, ce li giochiamo al lotto?

Colora il disegno ! ;-)


postato da CloseTheDoor | 10:48 | commenti (4)
tempus fugit


lunedì, 06 agosto 2007
 

matrimonio civile

Questo w-e e' stato dedicato ad un'amica che dopo x anni di convivenza ha optato per il matrimonio in comune, con un preavviso di circa 30 giorni. La cosa non mi sorprende conoscendo come le piacciono le cose un po' arrangiate e allegramente disorganizzate. Mi sorprende molto invece pensando all'educazione che ha ricevuto e a com'era anni fa, religiosa in un modo che mi metteva a disagio. Mi sento molto piu' vicina a lei adesso.

Io e il mio Marlon Brando ci siamo letteralmente scapicollati in autostrada dove c'era coda, avevo il magone pensando che con un matrimonio in chiesa, se fai un ritardo di 10 minuti non lo nota nessuno, ma con un matrimonio in comune, con una cerimonia di 5 minuti ti perdi tutto!!! Siamo arrivati esattamente con 2 minuti di ritardo e abbiamo trovato lo sposo... a cavallo davanti all'entrata del municipio. La sposa e' arrivata poco dopo... FIU'!!! E sono stati accolti dal sindaco in persona.

Il sindaco ha sorpreso tutti personalizzando ancora un poco la cerimonia, leggendo una poesia di un poeta indiano. L'ho ripescata nella Rete:

“Voi siete nati per vivere insieme,

e insieme così rimarrete per sempre.

Starete insieme,

quando le bianche ali della morte dissolveranno i vostri giorni.

Sempre, sarete insieme anche nella silenziosa memoria di Dio

Ma che vi siano spazi nella vostra unione.

E che i venti dei cieli danzino sempre in mezzo a voi.

 

Amatevi l’un l’altro,

ma non fatene una prigione d’amore.

E ci sia piuttosto un mare mosso tra le rive delle vostre anime.

Riempitevi a vicenda i bicchieri,

ma non bevete mai da uno solo.

Ognuno dia all’altro il proprio pane,

ma non mangiate mai dalla stessa pagnotta.

Cantate e ballate insieme e state allegri,

ma lasciate che ognuno di voi possa star solo.

Come sole sono le corde del liuto, anche se vibrano insieme della stessa musica.

Datevi i cuori,

ma l’uno non sia rifugio all’altro,

perché soltanto la mano della Vita può contenere i vostri cuori.

 

E state insieme,

ma non troppo vicini:

perché le colonne del tempio stanno separate,

e la quercia e il cipresso non crescono mai l’una all’ombra dell’altro”

 

Da “Il Profeta” di Kahlil Gibran

 Mi e' venuta in mente la poesia di Tagore ad una madre "I tuoi figli non sono figli tuoi". Forse e' proprio la religione indu' che t'insegna che tutto e' provvisorio, a metterti in guardia contro l'istinto di possesso.

 

I due sposi erano molto belli, anche se non credo di averli mai visti così nervosi. Forse preparare un matrimonio in due mesi lascia qualche segno. In prima battuta si erano perfino dimenticati di inserire l'invito al pranzo nella busta 

Sono finalmente riuscita a presentare Marlon ad alcuni vecchi amici, ex compagni di classe. Era un incontro che un po' temevo, non mi spiego come mai rispetto a queste persone (e non altre) continuo a sentirmi in soggezione come negli anni della scuola. A sentire che faccio spesso la figura della cafona, in ogni modo quella dell'outsider.  E infatti tutto si e' confermato: dall'agitazione di arrivare in ritardo, ho visto che una delle mie ex compagne aveva un bel pancione e non mi e' venuto in mente di farle i complimenti se non a cerimonia finita. Lei era visibilmente seccata     

 Poi la domanda fatidica, che pero' nessuno ci aveva mai fatto ancora, "ma come vi siete conosciuti?". Ci siamo guardati perche' a parte gli amici intimi, non avevamo mai detto a nessuno di esserci conosciuti tramite internet. E non riesco a non vivere ancora questa cosa con imbarazzo Per me e' normale ma non riesco a non tener conto di come e' vista questa cosa dall'esterno. Dev'essersi notato... Vabbe'... Prima o poi sarebbe venuto fuori. Tanto, due ricercatori di cui uno harleysta, non potevamo non mantenere le promesse.

postato da CloseTheDoor | 10:57 | commenti (4)
tempus fugit